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Manifesto d’artista vs manifesto dell’insegnante

Visitando la mostra The Cleaner su Marina Abramovich ispirazioni per guardare al ruolo dell’insegnante e della scuola

 

Sembrerebbe quasi impossibile, ma mentre mi trovavo immersa nella visione della splendida mostra dedicata all’artista serba Marina Abramovich, regina della performance, a Palazzo Strozzi sono riuscita a trovare ispirazione per riflettere sulla scuola e il ruolo dell’insegnante. Soprattutto sulla scuola e l’insegnante che vorrei.

La potenza dell’arte, che può sembrare autoreferenziale oppure avere uno scopo ben chiaro nella mente di chi la crea, ma che inevitabilmente genera significati altri in chi la guarda.

O semplicemente potenza di una donna visionaria e determinata.

Una delle ultime sale della Strozzina è interamente dedicata al Manifesto d’artista, ventitrè sentenze che dettano i principi su cui si deve fondare la vita di un artista. Dalle indicazioni su come l’artista dovrebbe condurre la sua vita, quotidiana e sentimentale, alle relazioni che dovrebbe intrattenere con gli altri, amici e nemici, al modo in cui l’artista dovrebbe condurre il suo lavoro. Ma ci sono anche istruzioni sul rapporto con il silenzio e la solitudine, l’autocontrollo, la trasparenza e l’ispirazione.

Mentre me ne stavo attenta a leggere, la mia mente si interrogava su quanto queste indicazioni potessero essere utili anche per chi volesse fare dell’educazione un’arte. Perché in fondo l’insegnante plasma materiale vivo, ha la grande responsabilità di dotare di senso critico l’uomo di domani e soprattutto dovrebbe alimentare creatività, spontaneità e agevolare l’espressione del sé. Ma questo avviene?

L’insegnante e il lavoro

L’artista, sentenza l’Abramovich, dovrebbe evitare di andare ogni giorno nel suo studio; non dovrebbe trattare gli orari di lavoro come fa un impiegato di banca. E così dovrebbe fare l’insegnante: liberarsi da tutta la burocrazia in eccesso, allontanarsi il più possibile dalla propria scrivania per vivere esperienze significative da portare in classe. L’artista/ l’insegnante dovrebbe esplorare la vita, per portare la vita ai suoi studenti. Guardare, sentire, vivere esperienze che con il mondo della scuola non abbiano nulla a che fare, per dare alla diversità il vero significato.

Il bonus docente dovrebbe servire obbligatoriamente a questo: fare esperienze significative.

L’artista/ l’insegnate dovrebbe stare molto attento a non ripetersi. Esperienze sempre nuove che mantengano viva quella creatività e spontaneità che dovremmo coltivare nella persona che ci sta di fronte. O meglio a fianco.

Come l’insegnante deve condurre la sua vita

L’insegnante come l’artista dovrebbe essere onesto, soprattutto con se stesso e poi con gli altri. Con tutti quegli altri che compongono il suo orizzonte educativo. Onesto quando da e quando chiede. Onesto nel dire che quell’aspetto non è di sua competenza e perciò è obbligato a chiedere aiuto. Onesto nell’ammettere che qualche volta anche a lui capita di non avere voglia, onesto nel non pretendere sempre l’attenzione e la partecipazione.

L’insegnante non dovrebbe scendere a compromessi con se stesso o con l’istituzione perché il suo fine ultimo è lavorare per il progresso dell’umanità. Per creare menti libere e pensanti.

L’insegnante non dovrebbe uccidere un altro uomo, non dovrebbe mortificarlo, metterlo in difficoltà, penalizzarlo in alcun modo. Non dovrebbe valutarlo o giudicarlo.

L’insegnante non dovrebbe fare di se stesso un idolo, ma farsi piccolo piccolo e scomparire davanti alla sete di conoscenza, innata, dell’uomo. Dovrebbe farsi servo, semplice strumento che aiuta un’altra vita a esprimersi. Sostegno per i numerosi errori e tentativi che portano alla reale conoscenza.

L’insegnate dovrebbe elevare lo spirito dei suoi allievi. Dare e ricevere contemporaneamente. Essere trasparente. Perché la trasparenza è ricezione. Perché la trasparenza è dare.

 

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