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Vita in una pluriclasse

Mi capita spesso, in questo ultimo periodo, di riflettere sui pregiudizi educativi più diffusi. Tra questi c’è sicuramente l’idea che fare scuola in una pluriclasse sia svantaggioso perché l’esiguo numero di bambini, per di più di età differenti, non riuscirebbe a stimolare adeguatamente gli allievi. Così spesso le piccole scuole di montagna sono costrette a chiudere perché i genitori iscrivono i loro figli altrove, con la speranza che una classe omogenea per età e più numerosa possa permettere un apprendimento più proficuo.

Invece le pluriclasse sono una risorsa importante e stimolante per i nostri ragazzi, che traggono vantaggio proprio da questa differenza di età, con conseguenti diversi gradi di sviluppo e capacità.

Proviamo a riflettere sulle parole di Maria Montessori, tratte da La mente del bambino:

“La società è interessante in virtù dei diversi tipi che la compongono. Un ricovero di vecchi e di vecchie è una cosa morta; è inumano e crudele mettere assieme persone della stessa età. Lo stesso avviene per i bambini, giacché, così facendo noi rompiamo il filo della vita sociale, togliamo a essa il nutrimento”.

E prosegue nelle pagine successive descrivendo la realtà delle prime scuole montessoriane dove si può osservare come i bambini di età diversa si aiutano l’uno con l’altro: i piccoli vedono ciò che fanno i maggiori e chiedono spiegazioni che questi danno più che volentieri. Si sottolinea anche il valore e l’efficacia dell’apprendimento tra pari: là dove un insegnante non è in grado di far comprendere, un compagno di età maggiore può arrivare con ottimi risultati. Questo perché tra i bambini vi è una “naturale osmosi mentale”.

Difficoltà nel gestire bambini della medesima età può essere osservata anche all’interno del gruppo famigliare: maggiori sicuramente saranno le difficoltà di gestione dei gemelli o di gruppi omogenei. Le pluriclassi sembrano perciò essere veramente il luogo ideale per apprendere proprio perché rispondenti a leggi naturali.

Ma per comprendere meglio questo fenomeno è opportuno parlarne con chi ne ha fatto esperienza diretta, perciò apriamo un Dialogo con il professore Andrea Disint, docente di lettere in una pluriclasse della montagna friulana.

  1. Qual è la vostra realtà di pluriclasse?

La scuola dove insegno è davvero minuscola, parliamo di un piccolo plesso di Secondaria di 1° grado. Per capirci, negli anni siamo saliti e scesi dai 10 ai 18 alunni divisi sempre in due gruppi, una classe e una pluriclasse. La pluriclasse è quasi sempre una prima-seconda, ma a volte i numeri ti costringono a dar vita a una seconda-terza (situazione più complessa: solo chi frequenta la terza deve scegliere il cammino di studi successivo, deve affrontare l’Esame di Stato…). In una scuola del genere, tuttavia, spesso cadono le barriere anche tra questi due gruppi e ragazzi di tre età diverse sono messi a confronto gli uni con gli altri, costretti a relazionarsi e ad interagire al di là delle paratie dell’anagrafe.

  1. Come si organizza l’attività didattica quotidiana in una pluriclasse?

Molto dipende dalla disciplina che si insegna, alla Secondaria. Un docente di lingua straniera o di matematica, talora obbligato ad affrontare argomenti vincolati da una ferrea consequenzialità si troverà ad affrontare difficoltà maggiori, e potrà essere costretto a dividere la pluriclasse nelle due unità che la compongono, trasformandosi in una sorta di equilibrista della didattica (ne ho conosciuti di fenomenali, credo si tratti di un’arte). Per quanto riguarda la mia esperienza di insegnante di Lettere, le mie pluriclassi lavorano ormai sempre sullo stesso tema. Sta a me organizzare il lavoro in modo che tutti possano crescere e imparare al meglio, sta a me valutare gli esiti tenendo conto delle specifiche situazioni di partenza. Esistono racconti d’avventura per la 3ª diversi dai racconti d’avventura per la 2ª? A volte noi insegnanti ci comportiamo come se fosse davvero così, ma se ci fermiamo a ragionare ci rendiamo conto che si tratta di classificazioni arbitrarie legate al peso che ancora hanno alcune storiche antologie di testi per gli adolescenti. Esistono poesie per la classe 1ª che non possono regalare un’emozione a un ragazzo sulla soglia degli esami? E perché il Guatemala lo devo studiare a 13 anni e a 12 posso spingermi al massimo fino in Finlandia? Il Guatemala non è affatto più complesso della Finlandia.

Scendendo nel merito delle operazioni didattiche, spesso ai ragazzi più grandi spettano compiti di tutoraggio verso i più piccoli. Chi ha insegnato in una pluriclasse, però, sa che con il tempo le distinzioni anagrafiche legate all’età saltano. Semplicemente, accade che l’alunno ha più dimestichezza con un’operazione – e non è affatto detto costui coincida con chi è più grande – assista il compagno che ancora tentenna o è in difficoltà.

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  1. Qual è l’ambiente di lavoro? quali le soluzioni spaziali e tecnologiche?

Attualmente una scuola che istituisce una pluriclasse lo fa probabilmente per ovviare allo scarso numero di alunni. I piccoli gruppi permettono di adottare soluzioni impensabili in contesti più affollati. Stare tutti attorno ad uno stesso tavolo, ad esempio, sembra un gesto da nulla, ma già offre prospettive molto stimolanti. Non dico che ci si senta i membri di un consiglio d’amministrazione, ma le motivazioni aumentano, così come la prossimità degli sguardi dei compagni può accrescere il senso di responsabilità. Inoltre, con i piccoli numeri e le competenze eterogenee, più facilmente l’aula potrà trasformarsi in un laboratorio in cui si lavora separati ad un progetto comune. Qualcuno al computer, qualcuno impegnato in operazioni manuali, altri a sbizzarrirsi in occupazioni di natura intellettuale, tutti sempre e comunque nelle condizioni di raggiungere e visionare il lavoro altrui.

  1. Qual è il riscontro, in termini di benessere e di apprendimento, degli alunni?

Per quanto riguarda il benessere, sono abbastanza sicuro nell’affermare che una soluzione come la pluriclasse sia assolutamente in grado di promuoverlo. Per chi frequenta le classi multi età le alternative sarebbero gruppi ristrettissimi, con scambi sociali limitati, oppure lunghi trasferimenti quotidiani in istituti più grandi e popolati. Il confronto con compagni di altre età schiude inoltre prospettive altrimenti inedite, da un lato può regalare motivazioni (guardando a chi è più grande) e dall’altro può stimolare il senso di responsabilità (rivolgendo lo sguardo verso chi è più piccolo).

Per quanto riguarda l’apprendimento, la lenta e faticosa transizione da una scuola che puntava all’accumulo di conoscenze verso una dimensione educativa che si prefigge traguardi di competenza ha senza dubbio favorito il lavoro dei docenti delle pluriclassi. Sapere di non dover più rincorrere il completamento di fantomatici programmi stilati chissà dove e che ci si può invece concentrare su aspetti mirati da coltivare in tempi più dilatati ha aiutato non poco, e ha tolto inutili pressioni su quello che rimane un lavoro lento, un lavoro di cesello, “di fino”.

  1. Quale idea hanno le famiglie della pluriclasse?

Sulle pluriclassi pendono molti pregiudizi negativi: programmi ridotti, insegnanti a mezzo servizio che propongono quando va bene “mezze lezioni”, meno contenuti appresi, confronti limitati coi compagni (e da quelli più giovani cosa vuoi imparare?). In realtà, le pluriclassi per funzionare devono aprirsi ancora di più alla presenza delle famiglie. Devono essere ancora di più “classi di vetro”. Bisogna esibire ancora di più gli esiti della didattica, far entrare fisicamente i genitori nelle aule. Una pluriclasse è un gruppo normalissimo di studenti: potrà a volte non funzionare, ma lo farà esattamente per le stesse ragioni che ostacolano le tradizionali compagini di alunni della stessa età. Indipendentemente, quindi, dal loro essere pluriclassi.

  1. Che tipo di feedback avete dai ragazzi che vanno negli istituti superiori?

I ragazzi delle superiori subiscono inevitabilmente un piccolo trauma nel ritrovarsi in contesti molto più grandi e all’interno di gruppi molto più nutriti numericamente. È indispensabile un periodo di adattamento, si tratta di prendere le misure. Spesso lamentano le possibilità più scarse di espressione. Giocoforza sembra non tocchi mai a loro parlare, esprimere un parere, esibire un elaborato. In alcuni casi qualche studente ha l’impressione di aver acquisito un bagaglio contenutistico più ristretto e questo può corrispondere al vero. Penso tuttavia che la scuola secondaria di 1° grado debba fornire prima di tutto metodi e strumenti di lavoro, nonché un bagaglio di competenze e di consapevolezze. Per le nozioni c’è sempre tempo.

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  1. Punti di forza e di debolezza di questa realtà.

Non nego ci possano essere punti di debolezza nelle pluriclassi, e mi sentirei di collocarli tutti nell’area della socializzazione. Le pluriclassi spesso sono gruppi di alunni molto piccoli in realtà periferiche, dove le occasioni per coltivare la socialità anche al di fuori della scuola possono essere limitate da vari altri fattori. Uno studente che passa la mattina in un gruppo ristretto avrà bisogno di attivare frequentazioni pomeridiane in contesti sportivi, musicali, ricreativi… E la scuola stessa dovrà pensare ad attività pomeridiane (parlo anche dei tradizionali compiti) che prevedano interazione, scambio, lavori di gruppo. Non solo attraverso l’incontro fisico degli alunni, ma anche grazie ai mezzi di comunicazione odierni, gli smartphone usati come si deve, i social network didattici.

Per quanto riguarda l’apprendimento, spesso l’istituzione pluriclasse finisce per fare da parafulmine per problematiche di altra natura. Si attribuiscono le responsabilità di eventuali insuccessi al mix di età eterogenee quando si dimentica che le realtà scolastiche dotate di pluriclassi sono le stesse in cui un supplente di inglese e un docente di sostegno vengono nominati ed entrano in servizio a fine novembre, oppure cambiano a metà gennaio.

Sperando di non averti annoiata eccessivamente, prima di concludere aggiungo soltanto una bella notizia. Da qualche anno l’Indire ha dato vita ad una rete di scuole italiane di periferia, spesso condannate alla marginalità, che si chiama Piccole Scuole Crescono. L’operazione vuole mettere in contatto e in relazione istituti situati in luoghi di montagna, in vallate particolarmente impervie, nelle tante piccole isole sparse nei nostri mari. Proprio i luoghi dove vive e prospera quest’animale misterioso: la pluriclasse. I docenti svolgono comuni attività di formazione, condividono buone pratiche, si confrontano, inventano gemellaggi tra classi distanti centinaia di chilometri. C’è molta vita, insomma, sul pianeta delle piccole scuole. A breve partirà un ambizioso corso di formazione, a livello nazionale, che vuole creare delle figure di docenti esperti di piccole realtà e di pluriclassi, affinché possano assistere ed aiutare chi un domani entrerà in una classe e scoprirà che non è una prima e non è una seconda, ma entrambe le cose.

 

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