Cosa vediamo quando osserviamo un bambino?

Questo articolo nasce spontaneo, senza una reale utilità pratica, senza una motivazione nata da un bisogno concreto, ma da una domanda che sorge dal cuore in questo periodo di scadenze scolastiche, di iscrizioni e scelte alle scuole di grado superiore, di schede di valutazione e di bilanci di fine quadrimestre. Quando osserviamo un bambino cosa vediamo di lui? Cosa dobbiamo vedere e considerare per aiutarlo e creare le condizioni a lui più favorevoli? Ma soprattutto qual è il vero fine ultimo dell’educazione?

Mi chiedo spesso quale sia il mio reale compito come insegnante e come posso aiutare concretamente un bambino o ragazzo che ho di fronte, quali siano i miei doveri verso la persona e soprattutto il limite oltre il quale non posso spingermi perché sarebbe un’invasione di campo indelicata e distruttiva più che un aiuto. Un educatore, un insegnate quali compiti reali ha? Deve limitarsi a trasmettere delle conoscenze, un metodo di studio, delle strategie e verificare se queste sono state apprese oppure ha il dovere di andare oltre? E questo oltre fin dove si spinge?

Quando un bambino non studia, non si applica, non partecipa, è svogliato in classe quali sono gli strumenti che ho a disposizione come educatore per capire il motivo del suo comportamento? Come insegnante, come formazione che ho ricevuto per essere insegnante, devo limitarmi alle competenze sulle mie materie, cercando qui strategie motivazionali oppure ho il dovere di andare oltre, mettermi in gioco ed entrare anche nella sfera emozionale e personale dell’individuo?

Quando osservo un bambino cosa devo vedere di lui? L’oggettività del presente e il rendimento dato oppure anche tutto quello che sta attorno? L’ambiente in cui è nato e cresciuto, gli stimoli che ha ricevuto, gli ostacoli incontrati, le sue potenzialità, le sue caratteristiche, il suo carattere, i suoi talenti. In quale situazione aiuto realmente il bambino o ragazzo a crescere, evolvere e acquisire reali conoscenze?

Non so darmi risposte e alle volte mi sento dentro una tempesta dove tuonano frasi come “la scuola non è più capace di bocciare” e “vanno avanti tutti, anche i somari”, dove scroscia una pioggia di disagio giovanile e di adolescenti persi nelle dipendenze, non solo fisiche, ma anche emotive e mi chiedo se questo dipenda anche dal mio modo di guardare il bambino che mi si pone di fronte. Il bambino e ragazzo, essere in divenire, è il mio lavoro quotidiano. E allora comprendo che essere insegnanti è più che un lavoro, è un po’ come essere genitori … e forse insegnanti e genitori non sono poi così diversi e distanti … se solo si sentissero di appartenere entrambi alla categoria degli educatori. Forse sarebbe già un bel passo.

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