Se un alunno su tre non è in grado di leggere e scrivere correttamente all’uscita del percorso di studi obbligatorio da cosa dipende?

In base ai dati Invalsi solo il 62,4 % dei ragazzi esce dalle medie sapendo leggere, scrivere e far di conto correttamente, perché?

I dati pubblicati dall’Invalsi a luglio 2018 e ripresentati questi giorni dal rapporto Istat fanno emergere una situazione piuttosto allarmante: uno studente su tre esce dalle medie senza sapere leggere, scrivere e far di conto correttamente. Che se incrociati con quelli sulla dispersione scolastica usciti nel 2018 e il burn out di alunni e insegnanti ci devono portare a riflettere su un necessario e doveroso cambiamento della scuola secondaria di primo grado.

Negli ultimi anni si sono susseguite riforme su riforme, ma quelle che hanno toccato la scuola secondaria di primo grado sono state quasi nulle e poco significative e i dati fanno emergere tutto il malessere che c’è e che viene vissuto e subito in primis dagli studenti. Questo modo di fare scuola non è più efficace semplicemente perché i risultati che si ottengono sono limitati. Leggere, scrivere e far di conto dovrebbe essere appannaggio della stragrande maggioranza dei ragazzi in uscita dal percorso medie, ma, dati alla mano, non è così.

Quali le possibili cause?

Prima di chiederci quali siano le possibili risoluzioni, interroghiamoci su quali sono le cause di questa povertà educativa, perché una buona analisi dei motivi scatenanti contiene in se già la via per le possibili soluzioni. Da che cosa dipende un risultato così scarso? Se un alunno su tre non è in grado di leggere e scrivere correttamente all’uscita del percorso di studi obbligatorio da cosa dipende? Dagli insegnanti che ha trovato? Dalla metodologia applicata? Dalla sua svogliatezza?

Molte volte si è portati a pensare: “io ho fatto tutto il possibile, se poi lui non vuole imparare è perché un minimo di impegno lo dovrà pur mettere!” Ma la voglia di impegnarsi e mettersi in gioco deve essere spronata e alimentata creando stimoli educativi che non lascino indifferenti nemmeno i nostri alunni più fannulloni. L’essere umano è per natura curioso e voglioso di scoprire e apprendere, bisogna vedere se siamo in grado di metterlo nelle reali condizioni per esprimersi.

Se incrociamo i dati sulla dispersione scolastica leggiamo che tra le cause del ritiro da scuola c’è la noia vissuta in classe. Ma perché ci si annoia in classe? Proviamo a riflettere su quando di solito proviamo la sensazione di noia, certamente quando subiamo qualcosa passivamente non provando alcun interesse. Perciò possiamo dire che chi decide di abbandonare il percorso di studi lo fa perché si sente una figura passiva, subente, all’interno del sistema scolastico e soprattutto non prova alcun interesse per quanto gli viene proposto.

Lo studente deve divenire attore attivo della sua formazione

Questo significa che una didattica attiva e attivante potrebbe essere già una buona soluzione e magari i dati inerenti il saper leggere, scrivere e far di conto sarebbero certamente più ottimistici. Questo significa cambiare la metodologia di lavoro, modificare nel profondo il modo di fare scuola e di pensare alla scuola. Sicuramente uno studente non è attivo e partecipe della sua istruzione se deve stare seduto al posto e ascoltare per almeno 5 ore al giorno. Perciò una riforma della scuola dovrebbe partire già dal setting dell’aula, predisponendo i banchi in isole per lavori differenziati o a piccoli gruppi e non creare un muro alunni contro docenti.

La didattica deve divertire e non solo essere prestazionale, per questo forse i dati Invalsi vanno bene per le statistiche, ma dovrebbero essere letti incrociando più dati e non come numeri puri. Per essere divertente e coinvolgente, dico una banalità, è fondamentale che chi la scuola la fa, maestri e professori, siano motivati e valorizzati non solamente criticati e frustrati. E questo non dovrebbe essere l’eccezione, ma la norma.

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